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Scommettiamo che finisce tutto

Con la tentata introduzione della SuperLega ed il suo (sembra definitivo, a questo punto) collasso ed abbandono, si è segnata una svolta epocale nella gestione delle grandi società di calcio: società che, di fatto, sono sempre più multinazionali in cerca di nuovi tifosi-fan e di introiti sempre più sostanziali. Se la SuperLeague è sembrata a molti una rivoluzione in positivi, sono stati molti altri che se ne sono pubblicamente lamentati: e a quel punto sembrava davvero che le cose stessero per cambiare. 12 club ribelli, certo: che poi sono diventati 11, 10, 8 e solo 6, con l'Inter ed il Milan che solo stamattina decidevano di rinunciare. E la Juve che, di suo, crede ancora nella bontà del progetto ma non può certo farla da solo. E allora, scommettiamo che finisce tutto, questa volta? Del resto la "sporca dozzina" di cui si è parlato più o meno a sproposito, minacciandola addirittura di toglierla di mezzo dai campionati (cosa tutta da vedere nei fatti, perchè significava far fuori dalle massime serie forse il 90% dei tifosi mondiali) e chiudendo alla possibilità di un dialogo, da parte di un'entità misteriosa e poco propensa a parlare che pero', quando lo fa, arriva anche a manipolare gli intenti altrui. Certo, si faceva per i soldi, e allora? Non si era detto che erano in passivo e le si criticavano per questo? Far entrare nuovi soldi avrebbe fatto comodo a tutte, e forse avrebbe ridato vita al settore in generale, o forse no: difficile dirlo, se nemmeno ci possono provare. Anche esperti di calcio come Marcello Lippi, loro malgrado, hanno riconosciuto la necessità di una rivoluzione nel mondo del calcio, ma non certo così. Di fatto, questa mini-crisi ha mostrato i limiti delle società grosse (spesso troppo prese dall'idea di gonfiarsi a sproposito, nelle ambizioni e nella forma, poco nella sostanza) ma anche di quelle piccole, con ambizioni spesso assurde a confronto delle realtà gestite in modo semi-amatoriale, e come se il pallone fosse la lattina di coca-cola che prendevamo a calci da piccoli sognando di essere Ronaldo. Il calcio del popolo a cui si son appellati in molti, scandalizzati, probabilmente nemmeno esiste nè è mai esistito: è solo utopia e voglia di fare i bastian contrari, di fatto, per quanto molti fossero sinceramente preoccupati della possibilità di un calcio elitario (Come se quello moderno fosse un calcio non-elitario, ma vabbè: discorso troppo complesso e dalle numerose sfumature, alla fine). Di fatto, possiamo scommettere (e ci vorrebbero quasi delle quote a farne da testimone, paradossalmente) sul fatto che il mondo del calcio è destinato a cambiare profondamente: nell'approccio, nella testa di chi ci lavora 24 ore al giorno, nella testa dei tifosi spesso preda di strumentalizzazioni becere, di una stampa sempre più "serva del padrone" e acritica, di anche un dirigente sportivo medio che troppo si compiace di ciò che dice, o di aver risposto per le rime all'insinuazione di un collega importante, e sempre meno avvezzi al senso pratico. Non bisognerebbe mai dimenticare, del resto, che per quanto la cosa sia poco romantica, ogni squadra di calcio è un'azienda che deve avere un utile e fatturare per poter sopravvivere: e allora, a quel punto, se non vogliamo da appassionati di calcio che possa davvero finire tutto, un giorno, dovremmo imparare ad elasticizzare il nostro pensiero. Photo by Sven Kucinic on Unsplash

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